“Un nuovo approccio sistemico: Il nodo e il collasso: Dove si concentra il potere quando la geografia tradizionale non regge più”
Introduzione – Il collasso silenzioso
Nelle narrazioni ufficiali, l’Unione Europea appare come uno spazio in crisi ma ancora solido: scosso da tensioni geopolitiche, disuguaglianze interne, proteste sociali, ma dotato di istituzioni, trattati, piani di coesione e una legittimazione democratica formale. Eppure, sotto questa superficie, si muove qualcosa di più profondo: una crisi di rappresentazione, che precede la crisi di legittimità.
Il potere – nella sua forma operativa – non si concentra più dove lo cerchiamo. Non nei Parlamenti. Non nei confini statali. Non nei meccanismi di redistribuzione classici. Si è spostato nei flussi: di capitale, di dati, di energia, di persone, di merci. E si organizza in nodi (Castells, 1996; OECD, 2022).
La politica istituzionale, però, continua a usare una mappa concettuale statica costruita per un secolo differente, costruita su categorie novecentesche: territorio, sovranità, legge, appartenenza. È qui che nasce il collasso: non per colpa di nemici esterni, ma perché lo sguardo stesso con cui interpretiamo il potere è rimasto indietro rispetto alla sua morfologia reale (European Commission, 2020; ForumDD, 2022).
B.2. I flussi come nuovo campo di potere
Le democrazie europee si sono costruite su una logica territoriale: chi controlla un territorio, lo amministra; chi ne rappresenta i cittadini, ne regola le risorse; chi governa lo spazio, esercita sovranità.
Ma oggi lo spazio non basta più a spiegare il potere. Il mondo è attraversato da flussi — dati, energia, capitale, corpi, beni materiali e simbolici — che non si muovono seguendo le mappe amministrative, ma secondo infrastrutture invisibili o privatizzate (Easterling, 2014; ECFR, 2021).
Chi governa questi flussi non ha bisogno di fare politica. Gli basta controllare un nodo (World Bank, 2021; Global Infrastructure Hub, 2020).
Un porto strategico (come il Pireo), un tratto di cavo sottomarino, un hub energetico in Nord Africa, un algoritmo di intermediazione logistica, una dorsale di cloud computing ospitata da una tech company.
Questi sono i nuovi centri di comando, anche se non compaiono nei manuali di diritto pubblico. La Cina lo ha compreso bene con la Belt and Road Initiative: la sua espansione non è fatta di confini da annettere, ma di nodi da presidiare. Gli Stati Uniti lo fanno con le piattaforme digitali e la capacità di bloccare o dirigere flussi informativi globali. Persino la NATO, nei suoi documenti più recenti, mette in evidenza la vulnerabilità delle infrastrutture civili interconnesse.
L’Unione Europea, invece, continua a pensarsi come spazio normativo, ma non agisce come soggetto infrastrutturale dei flussi. Perde terreno perché non riconosce il campo di battaglia. E quando lo riconosce, è spesso troppo tardi o troppo lentamente.
B.3. Cosa sono i nodi (e perché nessuno li governa) ?
Un nodo è un punto in cui i flussi si concentrano, si filtrano, si trasformano. Non è un luogo fisico nel senso tradizionale, ma una funzione geopolitica: un’interfaccia che consente a dati, energia, capitale o merci di passare, essere monitorati, subire attrito, oppure scorrere liberamente.
Esempi concreti:
- Il porto del Pireo (Grecia), oggi controllato per il 67% dalla cinese COSCO, è un nodo logistico euroasiatico strategico (UNCTAD Port Performance 2023).
- I cavi sottomarini per dati, come il BlueMed o il 2Africa di Meta, trasportano il 98% del traffico Internet globale (OECD, 2022).
- Gli hub energetici in Tunisia, Algeria e Mozambico sono oggi sotto osservazione strategica dell’ENI e dell’UE per la sicurezza dell’approvvigionamento post-gas russo (Commissione UE, REPowerEU, 2023).
- I data center europei, spesso di proprietà USA o cinese, gestiscono dati sensibili pubblici e privati senza piena sovranità giuridica (EPRS, Parlamento Europeo, 2022).
Il paradosso è che questi luoghi determinano accesso e potere, ma sfuggono ai radar della governance pubblica. Spesso sono:
- privatizzati,
- transfrontalieri,
- o gestiti da attori opachi (joint venture, fondi sovrani, Big Tech).
In più, la tassazione è minimale o nulla. Chi intermedia flussi ad alto valore non è soggetto a una fiscalità coerente con il potere che esercita. E chi dovrebbe regolare questi nodi — Stati, Unione Europea, agenzie multilaterali — non ha ancora costruito strumenti adeguati per farlo.
La governance attuale, nata per proteggere territori e cittadini, non è attrezzata per regolare ciò che si muove continuamente.
B.4. La crisi democratica come effetto della disconnessione
Negli ultimi dieci anni, le democrazie europee hanno affrontato un’evoluzione del disagio politico che va oltre l’instabilità elettorale o l’astensionismo: si tratta di una scollegamento sistemico tra cittadini e strutture di potere. I dati lo confermano:
- Elezioni europee 2019: affluenza al 50,6%, con forti disparità territoriali (Parlamento Europeo).
- Francia, legislative 2022: oltre 53% di astensione al primo turno (Ministère de l’Intérieur).
- Italia, politiche 2022: 63,9%, minimo storico (Ministero dell’Interno).
Parallelamente, le forze politiche che ottengono maggior consenso sono quelle che semplificano i flussi: bloccano, filtrano, selezionano. Le destre fluide non offrono un progetto territoriale: offrono interfacce emotive a cittadini già immersi in una realtà fluida che non comprendono.
La cittadinanza non scompare: si riformula. Diventa comportamento intermittente, selettivo, reattivo ai flussi. Ma lo Stato continua a vederla come soggetto fisso, residente, rappresentabile. Il risultato è una crisi non di partecipazione, ma di riconoscimento strutturale.
B.5. La “Teoria del Nodo” come mappa alternativa
Se il potere non si distribuisce più per territori, e la cittadinanza non si organizza più in classi o appartenenze stabili, allora anche la governance deve cambiare mappa. La Teoria del Nodo nasce da questa constatazione: il nodo è la nuova unità politica del presente.
Governare attraverso i nodi significa:
1. Mappare e classificare i nodi critici
TEN-T, cybersecurity UE, digital sovereignty: sono tentativi parziali, ma manca un modello di governance integrato.
2. Tassare e redistribuire l’intermediazione
La fiscalità deve colpire chi intermedia i flussi, come nei modelli OCSE di tassazione minima dei grandi gruppi globali.
3. Riconnettere il cittadino ai nodi locali
Porti, data center, comunità energetiche devono diventare nodi democratici, non solo strutture funzionali. La Teoria del Nodo non è un’utopia tecnocratica. È una proposta concreta politica per un nuovo patto all’interno delle economie intermediarie. È un framework operativo per leggere le crisi e progettare nuove forme di cittadinanza adattiva.
Conclusione – Se non ora, quando?
L’UE è ancora in tempo per adattarsi. Ma serve un cambio di coordinate. La Teoria del Nodo non chiede rivoluzione, ma attenzione. È una lente per leggere il presente e una proposta per chi vuole abitarlo con giustizia e visione.
Cosa ne pensate?
Saluti e alla prossima,
Gala & Synéktika
(All contents of this article are protected by copyright and reflect original elaboration. Reproduction, even partial, without the author’s permission is prohibited)






Lascia un commento