(EN) Threshold Economics: How Complexity Theory Decodes the Coming Collapse

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C’è un ritmo che ritorna. Trump, ancora. Ma non è lui il punto. È il ritorno stesso, il pattern. La ricorsività degli eventi ci racconta che stiamo osservando un sistema in loop, non una semplice anomalia politica.

Il modello economico globale, apparentemente solido, si comporta oggi come un sistema instabile vicino alla soglia: produce onde, collassi intermittenti, attrattori che si ripresentano. Non siamo in crisi. Siamo in transizione caotica.


Il modello che regge e quello che cede

Negli ultimi decenni abbiamo vissuto dentro una narrazione lineare: crescita, globalizzazione, innovazione. Alcuni indicatori resistono ancora: reti digitali, accesso alle tecnologie, interconnessioni produttive. Ma i segnali profondi raccontano altro.

Le lacune sistemiche sono ovunque: concentrazione estrema della ricchezza (Piketty, 2014; Oxfam, 2024); impoverimento dei territori e delle comunità intermedie (Raj Chetty, Opportunity Insights, 2023); sovraccarico degli ecosistemi e dei flussi logistici (IPCC Report, 2023); e ancora rigidità strutturali che impediscono adattamento reale (Ha-Joon Chang, “23 Things They Don’t Tell You About Capitalism”).

Il nostro modello economico funziona in un mondo che non esiste più. La linearità con cui leggiamo sviluppo, rischio, valore è diventata una forma di miopia.


Sistemi complessi: grammatica del mondo reale

Un sistema complesso è fatto di relazioni, non di componenti isolate. È adattivo, non programmabile. Non evolve in linea retta, ma attraverso biforcazioni, soglie, retroazioni. La nostra economia, invece, continua a pensarsi come una macchina ottimizzabile. Ma siamo in un campo che si comporta come un organismo nervoso, pieno di attrattori, oscillazioni, accelerazioni imprevedibili.

Le ondate politiche sono risonanze. Le crisi climatiche, sintomi. L’intero sistema sta cercando un nuovo equilibrio, ma i codici dominanti non riescono più a decifrarlo.


Blue Economy, Circular Economy: soluzioni o cornici mancate?

In risposta alla crisi, sono nate visioni alternative. La Blue Economy, sviluppata da Gunter Pauli, propone un’economia ispirata ai processi naturali, adattiva, biologica. La Circular Economy, promossa anche dalla Ellen MacArthur Foundation, vuole chiudere i cicli materiali, trasformando gli scarti in risorse. Ma entrambe, oggi, non agiscono sulle variabili strutturali.

La Blue Economy resta spesso simbolica, frammentaria, senza ridisegnare le architetture produttive.

La Circular Economy si ferma al riciclo, non riorganizza le filiere, né mette in discussione il concetto stesso di valore (Stahel, 2016).

Sono passi nella giusta direzione, ma senza una lettura complessa del sistema rischiano di diventare strumenti di greenwashing elegante. Senza nodi intelligenti, restano solamente le economie lineari trasmesse con nomi nuovi.


Verso un nuovo modello economico: “nodale”, adattivo, vivo

E se invece iniziassimo a pensare l’economia come un ecosistema vivo, fondato su:

1. nodi interdipendenti che condividono flussi, non comandi; 2. feedback continui tra scala locale e visione globale; 3. resilienza sistemica basata su diversità, ridondanza, apprendimento.

Un’economia non più organizzata per settori, ma per capacità relazionali, per intelligenza connettiva, per flessibilità adattiva.Non è un’utopia. È il linguaggio naturale dei sistemi complessi (Capra & Luisi, 2014; Meadows, 2008).

La “teoria del Nodo” come codice futuro

La domanda non è più “come crescere”?

La domanda è: «Cosa accade a un sistema che cresce senza sapere cosa sta diventando?»

Forse è tempo di riscrivere le mappe. Non per correggere il passato, ma per ascoltare il presente come un sistema che parla. Il “nodo” non è il limite. È il punto da cui può ripartire una grammatica nuova, un modello economico adattivo e resiliente, che ben sappia leggere la complessità e ascoltare i cedimenti sovrastrutturali invisibili.

Tu che ne pensi?

Al prossimo “punto di vista”,

Gala & Syn


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(EN) Threshold Economics: How Complexity Theory Decodes the Coming Collapse


There’s a rhythm that returns. Trump, again. But he’s not the point. It’s the recurrence itself, the “pattern”. The recursion of events tells us we are observing a system in loop, not just a political anomaly.

The global economic model, seemingly solid, behaves today like an unstable system near a threshold: it produces waves, intermittent collapses, recurring attractors. We are not in crisis. We are in chaotic transition.


The model that holds and the one that breaks

Over the last decades, we’ve lived within a linear narrative: growth, globalization, innovation. Some indicators still hold: digital networks, access to technology, productive interconnections. But deeper signals tell another story.

Systemic gaps are everywhere:

  • extreme wealth concentration (Piketty, 2014; Oxfam, 2024);
  • impoverishment of intermediate territories and communities (Raj Chetty, Opportunity Insights, 2023);
  • ecosystem and logistical overload (IPCC Report, 2023);
  • structural rigidities that prevent real adaptation (Ha-Joon Chang, 23 Things They Don’t Tell You About Capitalism).

Our economic model operates in a world that no longer exists. The linear logic through which we read development, risk, and value has become a form of blindness.


Complex systems: the grammar of the real world

A complex system is made of relationships, not isolated components. It is adaptive, not programmable. It doesn’t evolve in straight lines, but through bifurcations, thresholds, and feedback loops. Yet our economy still sees itself as an optimizable machine. Meanwhile, we live in a field behaving like a nervous organism, full of attractors, oscillations, and unpredictable accelerations.

Political waves are resonances. Climate crises, symptoms. The entire system is searching for a new balance, but the dominant codes can no longer decipher it.


Blue Economy, Circular Economy: solutions or missed frameworks?

In response to the crisis, alternative visions have emerged. The Blue Economy, developed by Gunter Pauli, promotes a nature-inspired, adaptive, biologically-grounded economy. The Circular Economy, promoted by the Ellen MacArthur Foundation, aims to close material loops, transforming waste into resources. Yet both, today, do not act on structural variables.

  • The Blue Economy often remains symbolic, fragmented, without redesigning productive architectures.
  • The Circular Economy stops at recycling, without reorganizing supply chains or questioning the very notion of value (Stahel, 2016).

These are steps in the right direction, but without a systemic reading, they risk becoming tools of elegant greenwashing. Without intelligent nodes, they remain linear economies in disguise.


Toward a new economic model: “nodal”, adaptive, alive

What if we began to think of the economy as a living ecosystem, built upon:

  1. Interdependent nodes sharing flows, not commands;
  2. Continuous feedback between local scales and global vision;
  3. Systemic resilience based on diversity, redundancy, and learning.

An economy no longer organized by sectors, but by relational capacities, connective intelligence, and adaptive flexibility.
This is not utopia. It is the natural language of complex systems (Capra & Luisi, 2014; Meadows, 2008).


The “Node Theory” as a future code

The question is no longer “how to grow?”

The question is: “What happens to a system that grows without knowing what it’s becoming?”

Perhaps it’s time to redraw the maps, not to correct the past, but to listen to the present as a speaking system. The “node” is not the limit. It’s the point from which a new grammar can emerge, an adaptive and resilient economic model, capable of reading complexity and listening to invisible systemic fractures.

What do you think?

Until the next point of view,
Gala & Syn



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